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Io non sto a casa perchè sono in farmacia

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Io non sto a casa perchè sono in farmacia

di Benedetta Gubitosa

G iorno tot di (non) quarantena.

Mi chiamo Benedetta, sono una farmacista e ho perso il conto di quanto tempo è che tutto è iniziato.
Ho perso il conto dei primi giorni passati dietro al banco con quella storia del lontano virus cinese e delle "persone che cadono come birilli", dei momenti con la paura che forse qualcosa di tragicamente nuovo stava raggiungendo anche noi, degli attimi con il terrore nel cuore e la corsa a guanti e mascherine.

Mascherina, anzi. Un cambio per settimana, perché è vero che scarseggiano ed è vero che a fine giornata l’aria ti manca e l’unica cosa che desideri è respirare per davvero. A casa, libera da quel lembo di tessuto che ti copra la faccia.
Coraggio, mi dico sempre. Ho incontrato questa parola diverse volte nella mia vita, una di queste è stata una domenica pomeriggio.
Era l’8 marzo, ed ero di turno.
La sera prima era stata emanata la bozza del decreto che chiudeva la Lombardia, e c’era stata la stupida ignorante corsa con i treni per tornare “giù” (se ci penso ancora rabbrividisco).

Eravamo ormai destinati tutti a diventare parte di un’unica zona rossa.
Entra una ragazzina in farmacia, i suoi occhi non li dimenticherò facilmente. E’ spaventata. Mi chiede un integratore che in quel momento non ho, mi ringrazia, saluta ma tentenna ad andar via.

Così si ferma, dice che io (io?) forse ne so di più di questa situazione e mi chiede: “Come devo comportarmi???”.
E si racconta… Studia a Bologna, è rimasta sola perché le coinquiline sono tornate dai genitori e la sua famiglia è in Sardegna. Non sa se andare o restare. Ha gli occhi lucidi e chiede a me cosa fare… proprio a me, che ho la paura nelle gambe e nel cuore e i miei cari lontani in una parte d’Italia che sembra ancora un’isola protetta, ma che è minacciata ormai da chi non è rimasto dov’era.

E’ stato in quel momento che ho capito che dovevo tirare fuori le unghie, che tutti dovevamo comprendere quanto fosse importante fare la nostra parte. Che dovevamo accantonare gli impulsi e ragionare. Che eravamo anelli di un’unica catena e dovevamo rimanere idealmente stretti proprio ora che ci era chiesto di star lontani.
Ma soprattutto ho capito quanto nobile sia il mio lavoro. Non una macchina che dispensa pacchetti di medicinali, ma un’anima in prima linea, aperta alla cura e al conforto, alla dedizione e al sostegno. Il primo cuscino su cui ci si appoggia se il dente duole. Questo è un farmacista.

Da quando questa emergenza sanitaria (che solo il nome fa invidia al miglior film di Ridley Scott) ha fatto capolino nelle nostre vite, ho avuto diversi momenti di sconforto, lo ammetto. Io, "la dottoressina sempre sorridente", a fine turno andavo a togliere camice e stanchezza di dosso e, mentre lavando le mani per un tempo in(de)finito mi guardavo allo specchio, non mi riconoscevo più. Avevo perso il sorriso anche negli occhi; nemmeno l’unica parte scoperta del mio viso era in grado di trasmettere serenità.

Proprio io, che ho sempre visto il bicchiere mezzo pieno. Io, che i miei colleghi non mi hanno mai vista veramente arrabbiata e invece sono esplosa quando una signora cardiopatica per il quinto giorno di fila è venuta a chiedermi le mascherine, uscendo inutilmente di casa nonostante fossimo d’accordo che l’avrei avvisata al telefono. Io, che “in fin dei conti una soluzione sempre si trova” e invece stavolta mi sembrava di impazzire.
Io, che non mi sentivo più in grado di reggere il nervosismo e le tensioni dei clienti, sempre più frequenti. Un peso enorme.

Poi, qualcosa è cambiato.
E allora mi sono armata di una forza interiore che neanche sapevo di avere. Ho accantonato le lacrime e i brutti pensieri e ho deciso di vivere questo strano periodo con lo spirito che mi contraddistingue. Pensando agli altri. E proteggendo con loro anche me. Perchè anche il sorriso è una difesa.
La mattina mi sveglio con tanta voglia di fare, vado a lavoro pronta ad affrontare un’altra giornata di speranza. I miei occhi finalmente tornano a parlare. Ho ritrovato la pazienza e non mi arrabbio se arrivo a quota 100 persone che mi chiedono se è arrivato il gel igienizzante nonostante il cartello esposto fuori. Sono più ottimista perché vedo che finalmente le persone hanno compreso la gravità della situazione. Dispensiamo soprattutto farmaci salvavita e per patologie acute. Siamo costantemente in contatto con i medici di base per evitare gli spostamenti dei loro pazienti e le richieste di creme antirughe si sono notevolmente ridotte. Sì, perché in pieno periodo COVID-19 c’è chi prenota la sua crema anti-age da ritirare il giorno dopo “per godersi l’ora di socialità” (testuali parole). Le pecore nere ci sono, e non è una grande scoperta, la mia.

Tutto sommato, le mie abitudini non sono cambiate, continuo a fare il mio lavoro e questo mi salva, perchè mi sento utile. Lavorando vedo il coronavirus dall’altro lato della finestra.
Nel mio tragitto quotidiano osservo Bologna vuota, la città rossa ma dai mille colori ora è spenta, ma va bene così: stiamo onorando le gesta di medici e infermieri e rispettando il sacrificio di chi ha sbattuto contro questo virus. L’Italia tornerà a splendere, ne sono sicura.
La sera torno a casa, mi libero con attenzione di tutti i dispositivi che potrebbero essere contaminati dal mio breve spostamento in autobus, faccio una doccia e solo allora sprofondo nell’abbraccio di mio marito. Non dovrei, forse. Ma quello è l’unico momento in cui mi libero della corazza, e credetemi ne ho bisogno. Ne abbiamo tutti bisogno. Anche di essere vulnerabili. Perchè vuol dire essere vivi.
Torneremo a colorare arcobaleni non più su fogli di carta, chiusi tra le mura di una stanza, ma lo faremo su prati e spiagge, con pietre, conchiglie e fiori, e sarà Vita.

Mi chiamo Benedetta, sono una farmacista e “giuro di difendere il valore della vita con la tutela della salute fisica e psichica delle persone e il sollievo della sofferenza come fini esclusivi della professione, ad essi ispirando ogni mio atto professionale con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, affermando il principio etico dell’umana solidarietà” (dal “Giuramento del farmacista”).

La vita è per il 10% cosa ti accade e per il 90% come reagisci.

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