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Da pendolare a smart worker

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Da pendolare a smart worker

di Rosa Genova

I l giorno della mia laurea me lo ricordo benissimo, soprattutto quella frase “farai tanta strada”. Avevano ragione, sono diventata PENDOLARE.
E’ proprio vero, ogni mattina un pendolare si sveglia e sa che dovrà correre più forte dell’orologio.
E’ cosi per me da tanti anni, ho iniziato da Napoli, poi Torino, ora Modena. La stazione di arrivo sempre lei, Bologna.

Il "collega” pendolare lo riconosci subito, ogni mattina in pullman alle 7:30, con il suo sguardo assonnato che ti sta dicendo << a chi lo dici!>>, cercando disperatamente un posto a sedere, nella speranza che non salga il nonno mattiniero a cui doverlo cedere.

Che poi, dico io, ma perché un nonno in pensione che potrebbe dormire tranquillo fino alle 10, girovagare per la città in pullman tutto il giorno, dovrebbe proprio prendere il tuo pullman alle 7:30 in orario di punta e accalcarsi alle tante donne già stanche, che dopo aver saltato la doccia e il caffè per recuperare minuti preziosi di sonno, vestito il figlio, giocato a cu cu, organizzata la cena, buttata la spazzatura, superato il record di Bolt , vorrebbero solo sedersi?
Nonni vi prego collaborate con noi, abbiate più rispetto di questa povera generazione!

Arrivi all’autostazione di Bologna , guardi il cellulare, mancano solo 5 minuti alla partenza del treno, e quel semaforo rosso fa fermare il tuo pullman proprio 2 metri prima della fermata, guardi l’appOrariTreno ma il servizio non è disponibile (e ti pareva), implori l’autista di aprire, ma lui con il sorriso di Joker ti dice “ non mi è permesso”…

Fai il dribbling con i ciclisti, per i quali prima o poi farò una petizione per istituire una patente ad hoc, premi insistentemente il pulsante del semaforo come se potessi controllarlo tu …e finalmente arrivi in stazione.
Alzi subito gli occhi al cartellone delle partenze e scopri lì che l’atletica leggera te la potevi risparmiare.

“Ci scusiamo per il disagio” è diventato il tuo caffè mattutino, ma non ci fai più caso tanto lo sai che arriverai a lavoro puntuale come sempre, il come non si sa.
Raggiungi il binario e attendi le tue colleghe di disavventura davanti Kiko ed entri in in uno spazio temporale di sentimenti indefinito.
C’è la coppia di giovani innamorati, lo studente che vuole spaccare il mondo, il bimbo che piange, il manager con la valigetta e i mocassini, la mamma che parla con la pediatra. Baci dai finestrini, abbracci ritrovati, spintoni per entrare.

Noi scegliamo sempre il posto con il tavolino, mentre la gente intorno a noi è fissa sul cellulare. Quanti sfoghi, risate, consigli , programmi di viaggio, lacrime, quei sedili potrebbero raccontare.
Scendiamo a Modena e li dopo l’odissea del 14A Nazioni arriviamo a lavoro.
E’ cosi da oltre 10 anni, fino alla domenica del 23 Febbraio.

A causa del Coronavirus, Bonaccini chiude le scuole dell’Emilia Romagna e tu inizi a giocare a tetris con tuo marito per incastrare le agende, messaggi dell’ultimo minuto alla babysitter, provi ad inventare il teletrasporto per far arrivare le nonne dalla terronia. Momenti di panico logistico che si risolvono per magia quando si illumina il telefono aziendale. Il gruppo WhatsApp, creato dal tuo capo, ti chiede di fare lo smart working, lavoro agile, dall’indomani a tempo da destinarsi.

Tiri un sospiro di sollievo, guardi tuo marito, e pensi una piccola gioia in questa situazione surreale, domani posso dormire un po' di più.
La mia azienda già da un anno prevede a contratto un giorno a settimana di lavoro agile, ma la sensazione è che venga ancora considerato un giorno di non lavoro. Invece, tutt’altro ti trovi a lavorare molte più ore, fai una pausa pranzo più breve, lasci il pc accesso oltre le solite ore di lavoro. Non hai distrazioni, sei più produttivo.

Cosi, quando mi è stata data la possibilità di lavorare da casa tutta la settimana, oltre a sentirmi tutelata per il rischio del virus, credevo di poter avere più tempo anche per me. Ma mi sbagliavo, non avevo fatto bene i conti.

A lavoro la situazione emergenziale impone di fare piani B, back-up, trovare alternative per non bloccare i progetti, cosi mi sono ritrovata a lavorare molti giorni fino alle 20.
Nonostante il piccolo sia stato incredibilmente bravo in questi giorni e mi ha permesso di lavorare, ha comunque 5 anni e le sue giuste esigenze.
Preparare il pranzo, chiedergli 100 volte di vestirsi, lavarsi, fargli fare la cacca, o risolvere quel suo gigantesco problema del lego che proprio non si vuole staccare, mentre fai riunioni, mandi e-mail e fai ppt non è affatto facile.

I gruppi WhatsApp della mamme in smart confermano che non è il virus a farci paura ma la gestione dei bimbi…Un bellissimo articolo di Ilaria Bellantoni riportava un messaggio di una mamma:<>
Continuo a pensare che la chiusura totale per un paio di settimane, per le attività produttive non indispensabili, sia la strada migliore per aiutare il sistema, ma non sono un politico, né esperto di economia per capirne gli impatti reali.

Io sono fortunata perché mio marito che è molto collaborativo e in questi giorni facciamo la staffetta ma, immagino chi non ha la possibilità di lavorare da casa o peggio è da sola con i figli da gestire e costretta a lavorare.
Non so quanto ancora ci sia da lottare ma in questi giorni mi sto focalizzando sulle cose belle della quarantena ; sto ritrovando un’umanità che forse avevamo perso, un tempo lento tanto desiderato, sono riuscita a fare una doccia di Un’ORA dopo anni, non conto più i baci che ogni giorno riesco a dare.
Trasformiamo questo tempo in tempo utile, utile a ritrovare noi stessi e dare la giusta priorità alle cose.

“#IoStoACasa e speriamo che me la cavo.

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